Analisi
Italia ancora fuori dai Mondiali: perché la Nazionale non riesce più a qualificarsi?
No, non è un pesce d'aprile, anche se sarebbe stato meglio così. L'Italia non si è qualificata ai Mondiali di calcio maschili di nuovo, per la terza volta consecutiva. Collezioneremo così sedici anni d'assenza dalla Coppa del Mondo, nella speranza (e paura, oramai) di poter restare fuori dai giochi anche nel 2030. Nel frattempo sono cambiati CT, giocatori e moduli, senza però riuscire mai a superare i playoff.
E allora viene da chiedersi: ma perché l'Italia non riesce più a qualificarsi ai Mondiali? Una risposta unica, così come una formula magica, non c'è. Ma i tanti problemi visti in questi anni sono evidenti e proprio loro hanno stanno portando noi tifosi e gli Azzurri lontani dal torneo più importante del mondo del calcio.
L'Italia non si è qualificata ai Mondiali, di nuovo: ma perché?
Fermarsi ai 120 minuti, più rigori, di Bosnia-Italia non ci aiuterà a capire perché l'Italia non riesce a qualificarsi più ai Mondiali. Tutto quello che è successo a Zenica è figlio delle tante scelte intraprese dal calcio italiano da più di un decennio. E sì, se Bastoni non avesse fatto quel fallo magari tutto sarebbe stato diverso, così come quattro anni fa se Jorginho non avesse sbagliato quel fatidico rigore contro la Svizzera. Ma il problema della Nazionale, da tempo, sembra sistemico.
Facciamo un passo indietro, anche di pochi giorni, e torniamo alla sfida contro l'Irlanda del Nord. La formazione di O'Neill, nonostante un organico tecnicamente meno blasonato dell'Italia, ha mantenuto il pallino del gioco per diverso tempo durante la partita. La squadra aveva una sua identità, cosa che la nostra Nazionale non ha avuto. Gattuso ha avuto poco tempo per lavorare, ma è anche perché è dovuto subentrare all'ennesimo stravolgimento di panchina che l'Italia ha dovuto affrontare.
Allenatori diversi, idee diverse, stile di gioco differenti: qual è l'identità calcistica dell'Italia? Catenaccio e ripartenze sono idee datate, ma almeno erano idee. Oggi, invece, gli Azzurri sembrano un mix di cose che promettono di essere positive ma poi, quando messe nello stesso piatto, portano a una pietanza disastrosa: né carne, né pesce. Forse, proprio per questo, bisognerebbe ripartire dalle basi: l'Italia del calcio deve capire chi vuole essere, prendere quella strada e proseguirla fino a destinazione. E la destinazione, ahimé, oggi deve essere solo il Mondiale 2030.
Perché il calcio italiano non si evolve più: cosa ha fatto la Francia negli ultimi anni?
Tante altre nazionali di calcio hanno affrontato problemi simili a quelli dell'Italia in passato, ma poi sono riuscite a trovare una strada per non affondare, quantomeno. Guardiamo, ad esempio, a quelle più vicine a noi. La Spagna, una volta trovata una sua identità di gioco che esaltasse le caratteristiche dei propri calciatori, ha iniziato a seguire quella strada lì: no alla cultura del singolo uomo, sì a quella del gioco corale, con la tecnica in primo piano. Le Furie Rosse, così, sono diventate nell'arco di un paio di decenni una delle nazionali più vincenti della storia europea e mondiale.
E la Germania? Anche loro hanno una propria identità, fondata sull'atletismo e la riaggressione del pallone (oltre ad avere ottime strutture e buone basi per formare giovani calciatori). Ma forse, più di tutti, dovremmo comprendere e capire cosa ha fatto la Francia: il paese che più di tutti ci assomigliava e che è stata in grado di trasformarsi, di nuovo, in una potenza infermabile del calcio mondiale.
Nel biennio che va tra il 2008 e il 2010, la nazionale francese non ha superato mai la fase dei gironi di Europei e Mondiale, ritrovandosi sempre all'ultimo posto: anni di fallimenti che hanno colpito duramente il sistema calcistico francese. Il campionato iniziava ad avere poco appeal e i talenti scarseggiavano. Da lì la rivoluzione di tutto il sistema calcistico: tante riformse strutturali per valorizzare l'enorme bacino di talenti che la Francia aveva, ma non metteva in evidenza.
L'arrivo di Deschamps ha combaciato con questa trasformazione culturale, con il centro sportivo di Clairefontaine che è diventato l'epicentro dello sviluppo del talento calcistico francese, ma hanno dato il contributo anche tante altre scuole sparse per tutto il territorio francese. Qui giovani promesse e nazionale maggiore si allenavano insieme, con i migliori talenti che vivono il calcio come seconda vita assistiti da grandi allenatori e staff preparatissimo. Non è proprio un caso che, da un momento all'altro, siano emersi calciatori come Mbappé, Dembelé, Barcola o Doué.
E poi il campionato francese, la Ligue 1, passata pochi anni fa da 20 a 18 squadre: un cambio importantissimo, che ha permesso a tanti club di migliorare. Perché chi affronta le competizioni europee ha più tempo per riposare, basterebbe vedere cos'è successo tra Lens e PSG poche settimane fa; ma anche perché, così, la lotta per le zone più calde della classifica si fa ogni anno sempre più accesa: sarà impossibile avere squadre a febbraio già senza obiettivi stagionali.
Verso i Mondiali 2030: cambiare un'ultima volta per non cambiare più
Insomma, i motivi per cui l'Italia non va ai Mondiali da tempo sono tantissimi, incalcolabili quasi, ma i grandi passi in avanti che si devono fare dovrebbero iniziare ora. L'Italia deve cambiare di nuovo, ma questa volta (si spera) per un'ultima volta. Cambiare per costruire una base che permetta al sistema calcio, tutto, di migliorare. Dalle scuole calcio, che diventino proprio delle accademie in grado di far crescere e migliorare (atleticamente e non solo) i giovani calciatori, fino alla Serie A che deve ritrovare il suo appeal in qualche modo.
Il nostro campionato, salvo rari casi come l'Atalanta di Gasperini, sta producendo poco talento. Le vittorie fuori dai nostri confini non arrivano, così come sono pochissimi i calciatori che riescono ad andare a giocare nei migliori campionati del mondo. Gli unici ottimi risultati sono arrivati grazie a grandi gestori, come Mourinho, Conte o Allegri, ma perché sono personalità molto abili a costruire qualcosa di buono nel breve periodo con quello che hanno a disposizione.
All'Italia, invece, ora serve un grande progetto a lungo termine che, seppur affronterà nuove crisi, dovrà continuare. Perché di crisi ne arriveranno ancora, probabilmente. Ma alla fine le buone idee vinceranno, nella speranza che anche il nostro racconto sportivo possa diventare un accompagnamento e non un'esaltazione o una critica di tutto sulla base di pochi minuti disputati da calciatori e allenatori. Fare un passo indietro e cambiare radicalmente il nostro sistema, magari, tra quattro anni ci permetterà di festeggiare il ritorno in Coppa del Mondo dopo quasi seimila giorni d'assenza.