Siamo ormai alle porte della fine della regular season NBA del 2026, e il premio di MVP sembra essere combattuto e, nuovamente, al centro di molte polemiche. Con pochi match rimasti, la lotta per il titolo di miglior giocatore della stagione si fa sempre più intensa, con diversi protagonisti pronti a sfidarsi per ottenere il riconoscimento più ambito.

 

Tuttavia, quest’anno c’è un elemento che complica la questione: la regola delle 65 presenze, che sta mettendo alla prova le ambizioni di alcuni dei favoriti. Infatti, per poter essere eleggibili al premio, i giocatori devono aver disputato almeno 65 partite durante la stagione regolare, un requisito che ha sollevato discussioni e messo in dubbio le possibilità di molti. In questo contesto, la corsa all’MVP del 2026 promette di essere meno incerta se non si dovessero verificare alcune condizioni. Analizziamo dunque chi sono i principali contendenti e come la questione delle presenze potrebbe influenzare il verdetto finale.

 

MVP NBA 2026, chi vince? I favoriti

 

Questa stagione NBA del 2026 è stata davvero particolare, segnata non solo da una lotta appassionante per i playoff, ma anche da un elemento che ha cambiato le carte in tavola: la famosa regola delle 65 presenze introdotta nel 2023. Questo nuovo requisito ha pesato notevolmente sulle candidature per il premio di MVP, influenzando molti dei favoriti in corsa. Ma di questo ne parleremo più in dettaglio più avanti.

 

A ridosso della premiazione, i nomi più caldi per il prossimo MVP sono quattro: Shai Gilgeous-Alexander, Luka Dončić, Victor Wembanyama e Nikola Jokić. Tuttavia, se dovessimo sbilanciarci, sulla base delle voci che circolano nelle ultime ore, il favoritissimo sembra essere ancora una volta Shai Gilgeous-Alexander, già vincitore del premio lo scorso anno. La straordinaria stagione degli Oklahoma City Thunder, con oltre 60 vittorie, vale l'immensa candidatura del canadese, che continua a stupire con le sue prestazioni.

 

MVP NBA 2026, perché la regola delle 65 partite sta diventando un problema

 

Quest'anno, una serie di infortuni leggeri ha messo molti dei grandi nomi della lega proprio sulla linea di confine delle 65 partite, trasformando la regola in un tema molto controverso. La situazione è stata particolarmente delicata per alcuni giocatori che, nonostante stagioni straordinarie, si sono visti costretti a restare al di sotto del limite, influenzando non solo le loro possibilità di MVP, ma anche quelle per altri premi.

 

Luka Dončić, ad esempio, rappresenta il caso più emblematico. Nonostante una stagione con una gigantesca media punti, un infortunio al bicipite femorale lo ha costretto a fermarsi a 64 partite. Questo lo esclude automaticamente da qualsiasi candidatura per l'MVP o per i quintetti All-NBA, a meno che non si verifichino sviluppi eccezionali nei ricorsi medici. Anche Anthony Edwards dei Minnesota Timberwolves ha superato il limite massimo di assenze, rendendolo ineleggibile per i premi di fine anno.

 

Cade Cunningham dei Detroit Pistons ha affrontato una brutta situazione, con un collasso polmonare che gli ha impedito di giocare le partite cruciali per entrare nei quintetti All-NBA. Attualmente è a 61 partite e dovrà giocare tutte le restanti gare per essere considerato eleggibile.

 

Per Victor Wembanyama e Nikola Jokić, la situazione è altrettanto tesa. Entrambi si trovano al limite delle 64-65 partite e, nonostante qualche acciacco (come i problemi alle costole di Wembanyama), sono costretti a scendere in campo per non perdere la possibilità di candidarsi a premi come il Difensore dell'Anno.

 

Questa regola non solo sta creando polemiche riguardo ai premi individuali, ma anche a livello economico, con un dibattito che si è acceso sui contratti dei giocatori. L’accesso ai quintetti All-NBA, infatti, permette di sbloccare contratti super vantaggiosi, i cosiddetti contratti "Supermax". Essere esclusi da questi premi a causa delle 65 partite significa perdere decine di milioni di dollari, un aspetto che ha creato non pochi malumori tra i protagonisti della lega.