

Che cos'è la "Triplice Corona" e perché è così difficile vincerla?
Nel panorama dell’ippica mondiale, non esiste traguardo più leggendario, affascinante e selettivo della Triple Crown (storicamente nota per esteso come Triple Crown of Thoroughbred Racing, ovvero “Triplice corona dei purosangue da corsa”). Questa definizione estesa viene utilizzata dagli storici e dagli appassionati per non confonderla con competizioni omonime presenti in altre discipline sportive. Non si tratta di un singolo trofeo, ma di un circuito d’élite composto da tre corse separate, riservate esclusivamente ai cavalli purosangue di età massima di tre anni.
Trionfare in tutte e tre le prove viene unanimemente considerata la più grande realizzazione possibile per la carriera di un cavallo da corsa e del suo intero team. Tuttavia, negli ultimi decenni, completare questa impresa è diventato un evento di eccezionale rarità. La genetica e i moderni metodi di allenamento tendono infatti a selezionare e preparare i purosangue per cimentarsi su distanze molto più limitate e scattanti, rendendo i cavalli contemporanei meno adatti a sopportare lo sforzo prolungato e diversificato richiesto dal circuito.
Il circuito statunitense: un’impresa da record
Negli Stati Uniti, la Triple Crown è una vera e propria istituzione culturale che tiene incollati alla TV milioni di spettatori. Il primo vincitore della storia fu il leggendario Sir Barton nel 1919, montato dal fantino Johnny Loftus. Per capire la complessità della sfida americana, basta analizzare le tre gare che la compongono:
- Kentucky Derby: si corre sulla distanza di circa 1,25 miglia (2,01 km) presso lo storico impianto di Churchill Downs a Louisville, nel Kentucky, tradizionalmente il primo sabato di maggio.
- Preakness Stakes: si tiene appena due settimane più tardi a Baltimora, nel Maryland, sul tracciato del Pimlico Race Course, coprendo una distanza di oltre 1,1875 miglia (1,91 km).
- Belmont Stakes: l’atto finale si svolge a distanza di tre settimane dalla seconda gara a Elmont, New York, sulla massacrante distanza di oltre 1,50 miglia (2,41 km).
La difficoltà insormontabile non risiede solo nelle differenti lunghezze dei tracciati, ma nei tempi di recupero ridottissimi: i cavalli devono correre tre gare di massimo livello in un arco temporale di appena cinque settimane. In oltre un secolo di storia, sono stati solo 11 i cavalli capaci di aggiudicarsi il titolo. Basti pensare che dal 1978 al 2015 il premio non è stato vinto da alcun cavallo, registrando un digiuno record durato ben 37 anni.
Il modello britannico: l’origine del mito
Se gli Stati Uniti rappresentano il lato più mediatico della competizione, il Regno Unito ne custodisce le radici storiche profonde. La Triple Crown britannica ha dinamiche se possibile ancora più complesse sul fronte delle distanze, richiedendo doti combinate di pura velocità e di straordinaria resistenza.
Il circuito d’oltremanica si articola sui seguenti tre pilastri:
- 2,000 Guineas Stakes: una gara di pura velocità su circa 1 miglio (1,61 km) che si tiene sul rettilineo del Newmarket Racecourse, nel Suffolk.
- Epsom Derby: la celebre corsa che si snoda su circa 1 miglio e 4 (2,423 km) sullo storico e ondulato tracciato di Epsom Downs, nel Surrey.
- St Leger Stakes: la prova più antica e massacrante, estesa su oltre 1 miglio e 6 (2,937 km) a Town Moor, nella località di Doncaster, nello Yorkshire.
Nel corso dei decenni, l’albo d’oro britannico ha visto trionfare campioni entrati nel mito, come Flying Fox nel 1899, Diamond Jubilee nel 1900, fino ai successi bellici di Pommern (1915) e Gainsborough (1918). Gli ultimi due grandiosi purosangue capaci di domare le piste inglesi sono stati Bahram nel 1935 e, infine, il leggendario Nijinsky nel 1970, che ad oggi rimane l’ultimo straordinario vincitore della storia nel Regno Unito.
10 Giugno 2026
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