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Battlefield o Call of Duty? Chi vincerebbe in un testa a testa

La rivalità tra Battlefield e Call of Duty è uno scontro eterno che definisce il mercato degli sparatutto in prima persona. Da un lato, Call of Duty (punta di diamante del catalogo Microsoft-Activision Blizzard) ha ormai costruito un’identità solidissima e riconoscibile, che si è affinata nel tempo in ogni sua iterazione. Dall’altro lato, Battlefield (le cui fortune sono state alterne e ora sotto l’egida di Electronic Arts) si porta addosso la necessità quasi ossessiva di “essere diverso” per evitare un confronto diretto (e spesso impari) con il suo storico rivale.

Questa sfida è più identitaria che tecnica: si tratta di trovare la propria nicchia. Battlefield 6 è l’ultima prova di come la serie, sviluppata da DICE, stia ancora cercando di aggiustare il tiro, tra ritorni alle origini (come le classi) e nuovi compromessi, mantenendo l’immancabile voglia di grandezza.

Il confronto diretto: multiplayer collettivo vs single-player cinematografico

Il testa a testa tra i due franchise si gioca su due arene distinte: la campagna single-player e l’esperienza multiplayer.

Sconfitta nel single-player: la rigidità di battlefield

Su questo fronte, Battlefield 6 paga anni di ritardo evolutivo rispetto a Call of Duty. La sua modalità storia, pur ambientata in uno scenario fantapolitico audace (un 2028 molto vicino e il coinvolgimento della NATO), risulta ludicamente scarna. È una modalità che non offre spunti inediti e funge più da mero filmato introduttivo per il multiplayer.

Call of Duty, al contrario, ha consolidato un linguaggio fatto di ritmo cinematografico frenetico, personaggi carismatici, approcci multipli agli obiettivi e semi-open world. BF6, invece, resta ancorato a una formula scolastica: script, sparatorie mille contro uno, sezioni stealth comandate e poco spazio per la libertà d’azione. Questa rigidità tradisce il senso della “differenza” che il franchise riesce invece a esprimere in rete.

Vittoria nel multiplayer: il caos controllato

È nel multiplayer che Battlefield 6 mostra la sua reale potenza di fuoco contro Call of Duty. La riduzione di ambizione rispetto al caotico 2042 ha giovato al gioco, soprattutto nelle modalità a media scala (come Corsa e Sfondamento).

In questi scenari, il titolo di DICE dà il meglio di sé: l’azione è più leggibile, l’atmosfera coinvolgente e il time to kill equilibrato. Il punto di forza è la capacità di concepire lo scontro come un’esperienza collettiva, dove la figura dell’eroe che vince da solo non sussiste. Si vedono squadre che si coordinano spontaneamente prima di attraversare un viale, coprendosi a vicenda.

Battlefield non vuole rinunciare all’eredità dei veicoli (che spesso rompono gli equilibri del gameplay, soprattutto i carri armati), ma il fascino del caos ha sempre un prezzo. Il ritorno delle classi (Assalto, Supporto, ecc.) in BF6 dà un indirizzo chiaro su come giocare, anche se il sistema rimane leggero (ad esempio, il revive è accessibile quasi a tutti).

Il verdetto

Call of Duty vince nell’immediatezza, nella narrazione single-player e nella fluidità d’azione. Battlefield, invece, trionfa quando riesce a bilanciare l’epicità delle sue battaglie con la tattica, creando il miglior gioco di squadra in assoluto. Battlefield 6 ha mitigato gli estremismi che avevano condannato il suo predecessore, offrendo una base più credibile e sostenibile nel tempo. I numeri positivi della beta, i pre-order e le previsioni di vendita (oltre 5 milioni di copie al lancio) fanno ben sperare per il futuro di una serie che, nonostante tutto, continua ad aggrapparsi alla sua diversità.

Paolo Carta

Paolo collabora da anni con diversi magazine online e riviste cartacee del settore automotive. Appassionato di cinema, viaggi e di sport, non disdegna critiche e giudizi avversi alle serie tv. Nato nel 1978 nella provincia capitolina, è romano ma non romanista.

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